PERCORSI DI PENSIERO CRITICO 2019

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ERMENEUTICA E CRISI DELLA MODERNITA’

Appunti di riflessioni a margine 

                                              Un segno siamo noi, senza spiegazione, senza dolore siamo e abbiamo quasi in terra straniera perduto il linguaggio.

                                                                                                                        [Friedrich Hölderlin]

            Perché riflettere insieme sulla filosofia ermeneutica? Se negli ultimi due secoli l’ermeneutica (o filosofia dell’interpretazione), sulla scia dell’esegesi delle Scritture ebraico-cristiane, ha assunto sempre di più il compito di chiarificazione e comprensione dei processi storico-culturali mediante quello strumento che tutti usiamo (e ne siamo usati) che è il linguaggio; se il percorso di emancipazione dell’umanità (di “liberazione”, con Aldo Capitini) cui Odradek XXI intende contribuire, si impone un lavoro di ri-civilizzazione e di ri-significazione, vista la crisi epocale in cui siamo immersi tutti. Allora la critica ermeneutica può essere una risorsa affinché le “tracce di senso” su cui abbiamo lavorato negli ultimi anni si traducano, non solo per noi ma contestualmente per la convivenza civile cittadina, in sentieri praticabili di crescita etico-politica.

            Nella seconda metà del Novecento la filosofia dell’interpretazione, in risposta al predominio del metodo delle scienze della natura che aveva fatto dimenticare la stessa genesi della ricerca scientifica, testimonia la volontà di riprendere prospettive “altre” rispetto al nostro quotidiano mondo della vita egemonizzato dalle cosiddette leggi del mercato, che assoggettano ogni cosa.

            In tre piccoli seminari non si potrà fare molto, ma sarà possibile una esplorazione selettiva del pensiero di quattro filosofi con l’aiuto di studiosi validissimi. Si inizierà con H. G. Gadamer, autore di Verità e metodo (1960), che si è proposto di rivalutare storia, filosofia e arte rispetto all’allora predominante impostazione neopositivistica. Il sapere viene presentato come “fusione di orizzonti” (del testo e nostro), con al centro il “dialogo” generato da “saggezza pratica”. Il filo conduttore del suo pensiero è il linguaggio, nello stesso tempo sedimentato da pre-giudizi ma anche strumento di analisi critica del nostro vivere, agire e pensare.

            Si proseguirà con il francese P. Ricoeur (v. Il conflitto delle interpretazioni, raccolta di saggi degli anni Sessanta). Dall’interpretazione come “esercizio del sospetto” attraverso Marx – Nietzsche – Freud: “Nasce un problema nuovo, quello della menzogna della coscienza e della coscienza come menzogna”. Ricoeur ci ricorda che la “coscienza” liberante è un compito, non un dato di fatto né un dono divino. Il suo percorso si snoda nell’analisi critica di tre modelli: simbolo, testo, traduzione, verso l’etica e la filosofia pratica, culminando nella pluralità dell’umano e nella intersoggettività delle persone. La sua ricerca si autocolloca nel cuore della razionalità critica moderna, per elaborare un concetto di ragione più ricco e multiverso nel quale gli individui possano reciprocamente riconoscersi (v. Se stesso come un altro, 1990).

            Nell’ultimo incontro (La scuola ermeneutica di Torino) si tratterà di due esponenti della riflessione ermeneutica italiana: Luigi Pareyson (1918-1991) e Gianni Vattimo. L’interesse del primo va inizialmente all’esistenzialismo e al personalismo di E. Mounier (v. Esistenza e persona, 1950) con la messa a fuoco del concetto di persona intesa come concretezza dell’ “io vivente”, il cui valore richiede la ricostruzione della sua opera e del movimento formativo che l’ha prodotta (v. Verità e interpretazione, 1971). Notevole il suo apporto all’estetica (Estetica. Teoria della formatività, 1954) nel suo aspetto processuale di “un fare che mentre fa inventa il modo di fare”. La sua ricerca si concentra infine in una teoria dell’interpretazione intesa come “conoscenza di forme da parte di persone”, in una duplice funzione, rivelativa e storica, per giungere infine ad una Filosofia della libertà (1989), il cui fondo è ineluttabilmente tragico. Da qui il suo interesse crescente per Dostoevskij negli ultimi anni.

            Con Vattimo si ha l’approdo, negli anni Ottanta, all’ermeneutica quale “nuova koinè”, un “clima spirituale” diffuso e tendenzialmente universale nel suo autoporsi, veicolato dalle mode post-moderne, un mix di “logica culturale del tardo capitalismo”, in realtà strisciante dissoluzione della logica stessa. La modernità si rivela paradossale: “attestata in una sorta di fissità e insieme irrequietezza” (F. D’Agostini, Breve storia della filosofia nel Novecento, 1999).

            È questo il clima adatto per l’affermarsi, in Italia, del Pensiero debole di Gianni Vattimo (1983), una sorta di variazione attiva del nietzscheano “noi non possediamo la verità”. Il pensiero debole si colora comunque di connotazione etica, radicato nella incompiutezza e pluralità delle forme del pensare e dell’agire, fino a porsi come ontologia dell’attualità (Filosofia, 1987). Negli anni Novanta il suo pensiero si assume il compito di penetrare/interpretare i processi del presente ai fini di pratiche di “sovvertivismo democratico”.

            L’interesse per l’ermeneutica fa da sfondo a queste riflessioni a partire dalla lezione nietzscheana di liberazione dai fondamenti della tradizione metafisica razionalizzante dell’intera storia occidentale. La filosofia dovrebbe rinunciare a queste certezze della modernità ed inoltrarsi nel gravoso compito di accompagnare l’emancipazione umana nel suo possibile allontanarsi dal peggio anziché inseguire l’ideale illuministico della perfettibilità.

            Come si può constatare, da questi brevi spunti riflessivi, la filosofia dell’interpretazione sovraccarica l’uomo di maggior responsabilità, in una sorta di perenne inizio. Risorse privilegiate: il linguaggio, la storia, l’arte; anche la scoperta scientifica, purché liberata dalla tirannia del metodo, che si è rivelato troppo stesso veicolo dell’interesse al dominio.

            Ma il paradosso di questo indirizzo filosofico non può che squadernarsi nella sua pretesa paradossala di porsi come interpretazione del processo storico-culturale di cui esso stesso è parte.

            Di nuovo: da una parte l’eredità concettuale dell’Occidente metafisico, compresa la modernità illuministica, deve fare i conti con l’umanità quale “legno storto” con cui “non si può costruire nulla di completamente diritto” (I. Kant, Idea di una storia universale in prospettiva cosmopolitica, 1784); dall’altra l’aspirazione alla liberazione e all’emancipazione che può sempre essere ripresa. Ce lo ricorda Boris Pasternak: “Scopo della creazione è il restituirsi”; a tal fine “occorre vivere, così cattivarsi infine il lontano richiamo al futuro” (Il dottor Živago).

                                                                                                Pietro Zanelli, 11 gennaio 2019

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