NATALE 2019

BUON NATALE 2019!

 

Si tratta di stabilire prospettive in cui il mondo si dissesti, si estranei, riveli le sue fratture e le sue crepe, come apparirà un giorno, deformato e manchevole, nella luce messianica.

  [Theodor W. Adorno, M. M.]

 

            Nella (nostra) tradizione cristiana – nutrita da verità teologiche, tanto profonde quanto inconsapute e da pratiche religiose ridotte, nei più, a rituali conformistici – il Natale, con il dogma della incarnazione, si presenta come punto cardine della vita di ogni credente (e forse non solo).

            Incarnazione che, mentre prosegue la Creazione, reca già in sé le potenzialità della Resurrezione-Redenzione, con un percorso che va da un alla vita quale anticipazione della realizzazione del Regno (v. “venga il tuo regno” del Padre Nostro) mediante quella philìa (amicizia solidale) che può (dovrebbe) tradursi in “fioritura della politeia” (cittadinanza attiva), alla trasformazione di sé e del mondo con atti quotidiani di “invenzione del futuro” (Ivan Illich).

            Gettiamo però uno sguardo veloce sull’ultimo rapporto CENSIS riguardante lo stato d’animo degli italiani, transitato dal “rancore” (2017) alla “cattiveria” (2018), per approdare all’attuale predominio del “turbo populismo”, fratello gemello del “turbo capitalismo”. Emerge un sentire fatto di furore, solitudine, incertezza, tradimento, ansia, sfiducia, in una circolarità sistemica tra “stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro e crescenti pulsioni antidemocratiche”; un tra molto diffuso nei redditi bassi e nei soggetti meno istruiti. Tra gli operai si arriva al 67%; il 76% della popolazione non ha fiducia nei partiti; il 74% si sente stressato da angustie familiari; il 69% vive in ansia e incertezza.

            Predomina, nell’insieme, un senso di “abbandono” da parte della politica e delle istituzioni, con un ceto medio in dissolvenza verso il basso. E, quel che è più preoccupante, quasi mezzo milione di giovani ha lasciato l’Italia nell’ultimo decennio.

            Che dire? Che fare? Sulla base di quei “muretti a secco” che il CENSIS segnala (validità prevalente dell’Unione Europea, volontariato sociale diffuso, persistenza dell’interesse culturale, attenzione ai problemi climatici, movimenti giovanili, ecc.), alcuni riferimenti e qualche suggerimento di letture, nella convinzione che il riflettere influisca sull’agire e questo retroagisca su quello, con effetti (sperati) di tramutazione antropologica delle menti, dei cuori e delle relazioni intersoggettive, etiche e politiche. Ci soccorrono il realismo positivo di San Paolo (“tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto”, Lettera ai Romani), e quello più sofferto del poeta Paul Celan: Nei fiumi a nord del futuro / io lancio la rete, che tu / esitante approvi / con ombre scritte / da pietre (Svolta del respiro, 1967). Ambedue mediatori tra una realtà economica che ci tartassa e una attualità fuori di sesto, tra un “non più” e un “non ancora”, un “percorso del respiro”: con Celan, tra il movimento di inspirazione (l’aria di questo nostro tempo che ci appare sempre più chiuso su se stesso, senza futuro) e quello dell’espirazione quale restituzione di un mondo altro, trasfigurazione anticipante di un mondo ‘redento’ o almeno più umano.

            Quasi una convergenza, immagine dialettica, tra la lotta per amore della giustizia (lascito marxiano indelebile) e l’inno all’amore di Paolo (I Cor. 13,13) che anticipa la metanoia, cioè la trasformazione radicale del modo di essere dell’uomo, “legno storto” (Immanuel Kant), passibile di riscatto.

            Per finire, con Ernst Bloch, “grande è la ricchezza di un’epoca in agonia” (Eredità del nostro tempo, 1935) e con Walter Benjamin: “queste nostre considerazioni fanno riferimento a opere, creazioni e pensieri sommamente minacciati, malfamati e derisi, che giacciono nel grembo profondo di ogni presente” (La vita degli studenti, 1915).

            Con amicizia, e con augurio di reali “rivoluzioni molecolari” per ciascuno di noi e per la polis in cui viviamo.

Pietro Zanelli

Brescia, 23 dicembre 2019

 

PS.: alcuni opuscoli da leggere, per uomini e donne di buona volontà. Buona scelta!

Benjamin Walter, Capitalismo come religione (1921), Il Melangolo, 2013

Bruni Luigino, Il capitalismo e il sacro, Vita e Pensiero, 2019

Capitini Aldo, Nuova socialità e riforma religiosa, Il Ponte editore 2018

Dussel Enrique, Metafore teologiche di Marx, Inschibboleth società cooperativa, Roma 2018

Florenskij Pavel, La concezione cristiana del mondo (1921), Pendragon, 2019

Illich Ivan, Pervertimento del cristianesimo, Quodlibet, 2008

Löwy Michael, Segnalatore d’incendio. Una lettura delle tesi Sul concetto di storia di Walter Benjamin, Bollati Boringhieri, 2004

 

“Il metodo è questo: usare strumenti di liberazione che, mentre operano sul mondo, sulla società, sullo stato, tramutano la nostra sostanza stessa, ci fondano radicalmente in una realtà che è altra” (Aldo Capitini).

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INCONTRO IN MEMORIA DI GIOVANNI PIANA

Venerdì 24 maggio 2019 – ore 17,30

presso la Bottega di Filippo FasserVia Fratelli Ugoni, 16 – Brescia

piana

Interviene

Paolo Spinicci

La fenomenologia dell’esperienza in Giovanni Piana 

Massimo Martini (violino)

Caterina Pagani (pianoforte)

Augusto Mazzoni (clarinetto)

Eseguono musiche di J.S. Bach, J. Brahms e G. Fauré

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04/05/2019 – POLITICHE DELLA CITTA’

Politiche della città_Pieghevole-1

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Politiche della città_Pieghevole-3

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La città sembra essere un rilevatore delle oscillazioni tra globale e locale e, ad un tempo, territorio di cultura di una possibile dimensione identitaria aperta e plurale, sede privilegiata di un confronto, sia intersoggettivo sociale e politico che interdisciplinare e interculturale.

Sulla città si danno concezioni tra loro in contrasto: quelle rivolte alla demolizione del welfare state e alla privatizzazione degli spazi urbani, aperta e/o strisciante, con il ricorso al seduttivo concetto di rigenerazione che spesso maschera la logica cruda della gentrification; all’opposto si prospettano concezioni intenzionate a contrastare quelle declinazioni, puntando alla riappropriazione e alla valorizzazione collettiva degli spazi urbani attraverso politiche sociali incisive con l’agevolazione di trasformazioni molecolari democratiche delle coscienze e dei processi di vita comunitaria solidale.

Da qui il Convegno “Politiche della città. Rigenerare, abitare, convivere”, promosso dalla “Associazione Culturale Odradek XXI. Saperi, professioni, cittadinanze” (Brescia) in collaborazione con la “Fondazione per la Critica sociale” (Firenze). La prima, nel contesto dei suoi cicli annuali “Percorsi di pensiero critico” e della connessa rivista online “Rivoluzioni molecolari”, ha al suo attivo già altri due convegni con tematiche analoghe a questo (L’abitare e lo scambio. Limiti, confini, passaggi, 2011; Ethos democratico e pensiero critico. Saperi, istituzioni, soggettivazioni, 2017), rispetto ai quali “Politiche della città” costituisce una messa alla prova.

L’ethos democratico non può disseminarsi senza che il “diritto alla città” (Lefebvre e Harvey) venga incarnato mediante adeguate “politiche della città”, esse stesse da rigenerare in un coinvolgimento concreto di amministratori e amministrati. La seconda ha affrontato queste problematiche anch’essa in altri due convegni (Il diritto alla città: territori, spazi, flussi, 2016; Diritto alla città 2: la città accessibile, 2018) con un lavoro di scavo teso a far sì che energie sopite e possibili fluttuanti possano mettere radici, per un abitare e un convivere rivisitati da una critica sociale delle condizioni oppressive in cui le soggettività vivono, inconsapevolmente adagiate. Due entità sociali, dunque, che si uniscono, prendono la parola e la rilanciano alla comunità-società cittadina, considerata come “pluralità di possibili coesistenti” (Lefebvre).

Si tratta di un lavoro critico sui presupposti teorico-pratici del rigenerare i tessuti urbani al fine di rendere più umano e vivibile l’abitare e di agevolare e fluidificare le dinamiche del convivere intersoggettivo, plurale e interculturale.

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