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Il Rischiaramento

 di Andrea Tornago 

Scuola, formazione, università e ricerca sono luoghi sottoposti ormai da decenni, su scala mondiale, all’erosione del mercato. 

Quel mercato che prende possesso della piazza, l’oikos che si riversa nell’agorà di cui parla Hannah Arendt in The Human Condition (1958), ha il suo avamposto privilegiato nel mondo del sapere.

A dieci anni dal G8 di Genova del 2001, è indubbio che quel movimento aveva individuato i responsabili di tale processo: furono i Gats, accordi nati in seno alla WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) ad aprire la strada al profitto e ai privati nella scuola, nella sanità, nei trasporti, e in tutti i servizi fondamentali. 

Tutte le riforme della scuola e dell’università a partire dalla ratifica di quel trattato (1995) non ebbero altra ratio se non quella di adeguarsi alle esigenze del mercato mondiale. Da Berlinguer (in Europa i Gats furono recepiti con l’iniziativa del Bologna Process, che ci vide ahimè protagonisti) alla Moratti, fino alla Gelmini. 

Il margine di manovra di questi ministri rispetto alle direttive della WTO è sempre stato minimo, ovviamente enorme invece la loro facoltà di peggiorare la situazione, condendola con miserie nostrane. In Italia il mercato mondiale ha travolto un sistema di istruzione e formazione di stampo ancora gentiliano. 

Le domande che a mio avviso non si possono evitare, e che spero attraverseranno questa rubrica, sono le seguenti: qual è lo stato attuale della scuola e dell’università italiana? In che rapporto si pongono rispetto al mondo del lavoro? Quale ruolo dovrebbero avere rispetto al lavoro e alla società (un ruolo «funzionale» o «eccedente»)? 

Quel che possiamo fare è tentare di tracciare delle linee, una cartografia di massima per una riflessione così difficile e impegnativa. La prima direzione di pensiero ci porta all’eredità dell’illuminismo, e alla convinzione (argomentata ad. es. nelle Cinque Memorie del marchese di Condorcet «Elogio dell’istruzione pubblica», Manifestolibri, Roma 2002) che l’istruzione e la ricerca non debbano risolversi interamente in uno strumento per il governo epistemologico della funzione lavorativa. 

Questa linea di ricerca chiama in causa un’altra pesante eredità, questa volta del Novecento: il 1968 («L’anno degli studenti», Rossana Rossanda, De Donato, Bari 1968) e l’emergere della soggettività studentesca all’interno dei processi formativo-educativi e della trasmissione-produzione del sapere. 

Gli studenti, al giorno d’oggi, sono una collettività cosciente di sé? Oppure sono scomparsi per tornare ad essere meri oggetti di «offerte formative», crediti-debiti, pratiche di controllo e di sanzione, e in ultimo fruitori di «eventi» interamente pre-pianificati, a scuola come su Facebook? 

Ne parleremo a partire da settembre, ogni mese, in questa rubrica. Daremo spazio a testimonianze, racconti di chi vive nella scuola e nell’università, elaborazioni teoriche e proposte di percorsi di studio, provocazioni. Per tentare di tenere vivo quel «rischiaramento» (Aufklärung) che la scuola dovrebbe donare alla società intera.

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Il cacciavite storto

di Marco Frusca, maggio 2011

Vittorio Rieser raccontava che alla Olivetti gli operai usavano dei cacciaviti stortati appositamente da loro per renderli più funzionali ad una particolare operazione di montaggio. 

Ovunque e da sempre gli uomini deformano ed adattano gli attrezzi a loro disposizione alle loro esigenze. 

L’antesignano letterario è Robinson Crusoe, che con gli oggetti sopravvissuti al naufragio, spesso anche alterandoli, costruisce ed inventa le condizioni della sua sopravvivenza. 

Gli attrezzi, in questo processo di modificazione adattativa, vedono per così dire potenziata e consacrata la loro proprietà essenziale di utensili proprio nel non rispetto delle istruzioni per l’uso, nella violazione delle regole statutarie che ne dovrebbero definire la corretta applicazione. 

Mi viene in mente il cacciavite stortato ripensando ancora ai temi accennati a proposito della scherzosa polemica preconvegno sulla «pretesa autoreferenzialità del linguaggio filosofico», ed in particolare ancora sulle questioni che solleva il citato libro di Alan Sokal e Bricmont, “Imposture intellettuali”. 

Una delle obiezioni fatte al libro (che, ricordo, contestava la correttezza dell’uso di discipline e linguaggi delle scienze fisico-matematiche in campo filosofico da parte di alcuni autori) era, in sintesi, che se tale uso improprio risultava produttivo sotto il profilo teorico, sia pure in campo diverso, si legittimava comunque. 

Ma fino a quando il cacciavite storto resta un cacciavite, sia pure deformato, e non un qualcos’altro, che magari ha più senso venga prodotto non a partire dal cacciavite? 

In altre parole qual è il grado di estensione, di alterazione o di forzatura sopportabile da categorie e concetti, che rimangano comunque individuabili, senza che si trasformino in un’altra cosa? 

Dobbiamo accettare la deformazione solo in quanto eventualmente produttiva? A quali altre condizioni e con quali ricadute? 

Anche perché, sebbene sia formulato forse in modo un po’ brutalmente schematico, semplificazione, distorsione ed eventuale banalizzazione del pensiero e del linguaggio filosofico, sono temi centrali e sono temi politici. 

È il tema forse non della ricomposizione di una visione critica unificante, ma certo della rilevazione collettiva dei rischi e delle crisi, della possibile costruzione comune di una cartografia della catastrofe. 

Stabiliamo dunque con i filosofi una convenzione operativa: la cassetta di attrezzi per la riflessione è curata e rifornita principalmente da loro, ma noi possiamo deformare gli attrezzi che loro ci forniscono in funzione del nostro agire nei nostri campi specialistici. 

(Come può accadere, e costantemente accade, all’opposto, che a partire da una peculiarità del reale la filosofia elabori concetti e categorie nuove). 

Su questo forse è opportuno che, anche in questo sito ed in questa rubrica, attraverso il dialogo continuo tra i saperi, si possa esercitare un «controllo di legittimità», o meglio di correttezza, di intellegibilità della comunicazione.

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Un Nuovo Inizio

di Pietro Zanelli

Dedico questo intervento a due persone cui Odradek XXI deve molto: a Pippo Fornari, creatore del primo sito (inizio) e ad Andrea Tornago, ideatore di quello attuale (nuovo inizio). 

Al primo, per il suo garbato, pungente e stimolante pesce d’aprile – Tautologia del convenuto; al secondo, per l’articolo «Rischio, crisi, catastrofe». 

Se il primo conclude con «l’elogio dell’hypnos come unico possibile strumento di sopravvivenza al convegno» – in realtà risveglio critico per i rischi di autoreferenzialità che sempre incombono!, 

il secondo termina con un invito a guardare in faccia «il volto spontaneo di un’”onda anomala”», quasi destino, dell’attuale «realtà deragliata», al fine di cercare un modo, un «taglio» al flusso generale (produttivo, finanziario, politico) che sembra tutto e tutti travolgere.

Due approcci critici, due sveglie verso quel «sogno di una cosa della quale il mondo non ha che da possedere la coscienza per possederla realmente» (1843), di cui parla quel giovane «ebreuccio tedesco di cui non ricordo il nome» (Il Gattopardo) in una lettera all’amico Ruge. 

Se la «tautologia del convenuto» sembra dare l’impressione di iscriversi al «collettivo di quelli che ridono» (aforisma 92 di Minima moralia di Adorno) col rischio del «suicidio dell’intenzione», il nesso rischio-crisi-catastrofe si pone volutamente – mi pare – come segnalazione di incendi alla Benjamin, col rischio di sorvolare sulla dimensione della trasformazione della soggettività. 

Ambedue pongono implicitamente un problema: come elaborare sul piano pratico-teorico un abitare questa terra in modo meno inumano, meno ingiusto o, forse, un poco più felice. 

Viviamo in un mondo, ci ammonisce Jean Ziegler, in cui ogni tre secondi un bambino muore di fame e ogni giorno altre 47.000 persone saranno morte sempre per fame, mentre un miliardo di uomini e donne continueranno a essere malnutrite, a fronte di una «oligarchia che continua ad accumulare ricchezze e provviste» (intervista a Il Manifesto, 16 marzo 2011).

Un mondo in cui circa 27 milioni di schiavi continuano ad essere tali e 250 milioni di bambini sono messi al lavoro.

Che c’entra tutto ciò con il convegno «L’abitare e lo scambio»? Mentre queste righe compaiono in rubrica, invio a tutti i destinatari della mailing list di Odradek XXI la pagina spedita mesi fa ai relatori che ringrazio per la loro pressoché totale gratuità a «convenire» in una socialità oggettivata, con una doppia dimensione incrociata nell’aspirare ad un mondo più vivibile: quella delle relazioni interumane dell’esperire quotidiano (l’abitare) e quella del concorso trasversale di più saperi (lo scambio) implicati nell’esperire. 

Che cosa accadrà di fatto? Sarà stato utile? Dagli abstract tutto lascia supporre che la «disseminazione riflessiva» tenda a prendere coscienza e quindi a farsi costellazione critica per un nuovo inizio. 

Da qui l’intenzione degli «Atti» del convegno stesso, come contributo ad una memoria democratica dei saperi, delle professioni e delle cittadinanze che vorrebbe «persistere» e quindi essere a portata di mano (libro), come lo strano essere Odradek di Kafka, dalla voce flebile, quasi impercettibile. 

L’ambizione è – ma sarà stata? – quella di contribuire a braccare lembi di realtà per persone che aspirano a rinnovarsi sulla base di un primo sentimento di indignazione. 

L’indignazione ha però un doppio volto: è reazione alle condizioni oggettive della vita offesa e attivazione per rendersi degni di grumi di felicità e strati di giustizia, mediante la pratica di virtù etico-civili. 

Se le comunicazioni al convegno saranno stati inviti al risveglio, il libro degli atti eventuale ne sarà eredità disponibile per un nuovo cominciamento, individuale e collettivo.

 

P.S.: inviti alla lettura:

A. CAMUS, Mi rivolto, dunque sono (1950), 2008

AA.VV., In che stato è la democrazia?, Nottetempo, 2010

U.BECK, Conditio humana. Il rischio nell’età globale, 2011

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Prove d’Orchestra

di Marco Frusca, Aprile 2011

Quando uscì nelle sale, mi turbò. Anzi, mi irritò anche un poco.

Per i miei occhi velati di ideologismo, per l’ansia di classificazione semplificatoria di quegli anni («è dei nostri», «non è dei nostri») il film assomigliava troppo alla riedizione della parabola interclassista di Menenio Agrippa, sembrava un cedimento, da parte del Maestro, al moderatismo democristiano… 

(Non ricordo se Goffredo Fofi, nelle sue memorabilmente faziose recensioni sui Quaderni piacentini o su Ombre Rosse, lo abbia stroncato; molto probabilmente sì). 

Non avevo capito. In realtà «Prova d’orchestra» di Fellini è una metafora, profetica e complessa, di quello che sarebbe avvenuto alla e nella società, e non solo italiana, negli anni a seguire il 1979. 

La perdita del più elementare senso di pluralità, la esplosione dei particolarismi, l’individualismo di massa, la assenza di una prospettiva centrale a cui possano affacciarsi nelle giuste proporzioni le singole figure, quadro che neppure il direttore d’orchestra riesce a restaurare, condannano il teatro di prova a soccombere ai colpi terribili di un anonimo demolitore esterno. 

Eppure c’è una possibilità di riscatto: tra le macerie fumanti, dopo la scomparsa del direttore, i musicanti paiono trovare la misura e la capacità di provare a suonare insieme. 

Al di là comunque di analogie e differenze con l’opera, la «prova di orchestra» ci è parsa una immagine ricca e potente da poter utilizzare per questo angolo di dibattito, aperto ai singoli solisti ma con la volontà di intonarsi, di dialogare, di ricostruire, ciascuno a partire dal proprio «strumento», la capacità di un’opera collettiva. 

Questo è il senso di esistere di questo spazio: far circolare riflessioni e notizie dal «mondo delle professioni», aprire confronti «in orizzontale» tra diversi settori, le diverse professioni, ed in verticale tra il livello immediatamente operativo delle «pratiche» e quello, più o meno esplicito, del loro fondamento teorico. 

Superate le illusioni sulla possibilità di comporre un’intelligenza critica di massa del sapere, e, al contempo, sulla neutralità delle tecniche e delle pratiche professionali, ciò che serve ed a cui aspiriamo, è la capacità di riprendere comunque lo scambio di idee a partire dalla capacità di critica dei singoli saperi, (e/o della loro devastazione) e su questo scambio sperimentare nuove ipotesi di cittadinanza. 

E non è poco.

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Risorgimento e attualità, una costellazione critica

di Pietro Zanelli

Parafrasando l’incipit delle Confessioni d’un italiano scritto da Ippolito Nievo nel 1857-58 («Nacqui Veneziano…e morrò Italiano») vorrei poter dire, iniziando questa rubrica, «nacqui padano e italiano, non morrò solo padano»!

Sulla scia del grande poeta «europeo» (rumeno-asburgico-francese) Paul Celan, vorrei misurarmi brevemente con quelle «fenditure del tempo» (Di soglia in soglia, 1955) che si affacciano, spesso mute, nella nostra attualità, coperte dalla rumorosa società degli «eventi».

Che cosa significa allora parlare del Risorgimento italiano nel frastuono di mille appuntamenti che anche a Brescia sono all’opera e a cui anche Odradek XXI ha dato il suo contributo (l’iniziativa «Italiatuttaintera», a cura della Associazione Anteo)?

Due punti di vista sembrano essere impliciti a queste celebrazioni: lo spostarsi dell’attenzione storiografica dal Risorgimento come rigenerazione e resurrezione politico-sociali di un popolo teso a riconoscersi come libera nazione tra libere nazioni (triennio delle Repubbliche Giacobine 1796-1799, rotture insurrezionali del ’20-21, ’30-31 e ’48, spedizione dei Mille, da Mazzini a Cattaneo e da Pisacane a Garibaldi) alla formazione dello Stato Italiano (dal contrasto tra moderati e liberali, e tra democratici e radicali, all’opera del Cavour e dei suoi eredi); il canone desanctisiano-crociano della storia letteraria incentrato sul trio Foscolo-Leopardi-Manzoni con sguardo ai cattolici liberali.

Nei due casi sarebbe forse auspicabile una più incisiva rivisitazione della nostra storia culturale, socioeconomica e politico-amministrativa, fuori dalle secche teleologiche (il valutare l’accadere in base alle conseguenze posteriori – aspettando Godot?) e storicistiche (il comprendere un momento storico in base alla sua presunta logica interna – sanzione giustificatoria di tutto ciò che accade?).

C’è un terzo punto di vista, quello della storia-discontinuità:

 «un’immagine del passato nel modo in cui si impone imprevista nell’attimo del pericolo, che minaccia tanto l’esistenza stessa della tradizione quanto i suoi destinatari» (W. Benjamin, Sul concetto di storia. Tesi VI, Einaudi, 1997).

Questo pericolo oggi incombe e con molte facce. Ecco perché si richiede di «passare a contropelo la storia» (Tesi VII), muovendo dall’inquietudine del presente: verso una costellazione critica che, mentre destruttura il senso comune storico che si nutre sia del corteo dei vincitori che del vittimismo sterile dei vinti, può aprire spazi di iniziativa contrastiva rispetto all’attuale imperante coniugio tra «politica del fare» del «partito dell’amore» e oscurantismo praticato del sapere, somministrato all’insegna truffaldina dell’innovazione e della riforma.

Si scoprirà un vuoto che viene mascherato da alcuni con ciò che è spacciato come eticamente sensibile e da altri con l’esaltazione sventolata di «Buon compleanno Italia!», come se tutti gli italiani fossero (atei) devoti e (inconsapevoli?) anarchici.

Ciò che li accomuna, in questa che Kant definirebbe «miseria brillante», sembra una fuga moralistica dall’albero della conoscenza, biblico-illuministica, del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto, del vero e del falso. Una corsa, oggi, verso quel sovversivismo istituzionale con esiti da «democrazia dispotica» (M. Ciliberto, Laterza, 2011) alimentata da quel consenso illimitato verso ogni forma di potere di cui parla E. Rea (La fabbrica dell’obbedienza. Il lato oscuro e complice degli italiani, Feltrinelli, 2011).

Una corsa verso la schiavitù in nome della libertà a cui involontariamente, suo malgrado, esortava il liberale Manzoni (La rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1851. Osservazioni comparative, 1860-1872, incompiuto): «manifesta usurpazione del potere», da parte del Terzo Stato da cui sarebbe venuta «l’oppressione del paese in nome della libertà».

L’incompiutezza sta ad indicare la difficoltà, già sperimentata dall’autore durante la Restaurazione, ad indicare una via di uscita da 

 «quello stato così naturale dell’uomo e così violento (…), quello stato che è un mistero di contraddizioni in cui la mente si perde, se non lo considera come uno stato di prova e di preparazione ad un’altra esistenza» (Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia, 1822).

Gli fa eco il grande critico Francesco De Sanctis, consacrando un canone seguito in buona parte della manualistica successiva: «Diresti che proprio appunto, quando si è fatta l’Italia, si sia sformato il mondo intellettuale e politico da cui è nata» (Storia della letteratura italiana, 1870-1871). Due sommi padri della nostra tradizione culturale, Manzoni e De Sanctis, con una ormai secolare sequela di inconsapevole disciplinamento istituzionalizzato delle menti. Stupisce e sconcerta il loro silenzio sul Nievo, il cui capolavoro fu pubblicato nel 1868, sia pure con il titolo riduttivo di Confessioni di un ottuagenario (e che loro avevano letto).

Ecco perché sarebbe necessario leggersi altri testi di quell’epoca per accorgersi di altre strade possibili: La situazione del Mazzini (1857) in cui vediamo scritto che

«gli uomini s’educano alla virtù nella lotta, s’affratellano nei patimenti comuni (…) Quando la protesta è continua, Dio e i popoli decretano la vittoria»;

il Frammento sulla rivoluzione nazionale di Ippolito Nievo (1860-61) o le stesse Confessioni d’un italiano, in cui leggiamo, ad esempio che la rivoluzione francese fu come

«il trionfo del Dio ignoto, il baccanale dei liberti che senza saperlo si sentivano uomini, con la coscienza di poterlo, di doverlo essere» (cap. XI);

o il Diario a Santo Stefano dell’ergastolano Luigi Settembrini, insigne classicista giacobino e lucido critico delle invadenze clericali

 («l’anima mia è stanca di contemplare tanta oscena bruttezza di uomini e di cose»).

Un uomo che tuttavia non si arrende, con la certezza che «non si male nunc et olim sic erit» (il male di oggi non durerà eterno), 17 settembre 1854.

O anche il Ça ira (1853) – la cosa andrà, andrà a finir bene – di Giosuè Carducci; dodici sonetti su altrettanti episodi del settembre 1792, fase cruciale della rivoluzione francese (proclamazione della Convenzione, abolizione della monarchia, guerra contro la Prussia), esaltazione della forza granitica di un popolo insorgente:

«gruppo di antiche statue / … sembra il popolo» mentre «furie di donne sfilano, cacciando / gli scalzi figli sol di rabbia armati».

È questa rabbia che oggi manca, quella che ha nutrito il Risorgimento radicale e che ha in Ippolito Nievo un centro utopico propulsore, di transizione verso la Nuova Italia, capace di spostare l’altrove dell’utopia dal passato e dalla dimensione spaziale all’imminente futuro.

Ne sono testimonianza, oltre che le Confessioni (che peraltro i cattolici liberali Gino Capponi e Niccolò Tommaseo, vertici della Società italiana contro le cattive letture, nel 1874 classificavano tra i libri «sconsigliati alle famiglie e alle biblioteche pubbliche»).

Come mai il suo nome è assente dal recente Il Risorgimento italiano di A. M. Banti? Il Nievo, nel saggio incompiuto Rivoluzione politica e rivoluzione nazionale così si esprime:

 «Le nazioni sono composizione di uomini; risorgono le nazioni quando risorge uno per uno a virtù e civiltà».

Due sono per lui i pilastri, giustizia ed educazione. Pilastri in pericolo nella nostra attualità italiana.

Altri due scritti del Nievo sono testimonianza di questa tensione utopica in veste di satira e di autoironia: Il barone di Nicastro (1857), una sintesi tra Don Chisciotte di Cervantes e Candido di Voltaire, e la Storia filosofica dei secoli futuri (1859), scritto dopo l’infausto armistizio di Villafranca che chiude la seconda guerra di indipendenza con l’abbandono del Veneto all’Austria.

In quest’ultimo si dipinge una «società nuova» destinata ad affermarsi intorno al 2030, in cui finalmente trionferanno le idee dell’amico padovano di Carlino Altoviti, protagonista delle Confessioni: «giustizia, verità e virtù».

Tre ottime cose, «tre idee da innamorare un’anima fino alla pazzia e alla morte; ma chi le avrebbe recate di cielo in terra, per usare l’espressione di Socrate?» (Confessioni, cap. IX). È lo stesso invito che oggi rinnova la filosofa Roberta De Monticelli (La questione morale, 2010), auspicando un risveglio critico che riprenda l’eredità dell’incessante questionare di Socrate nella polis e il telos della Città moderna quale «civiltà fondata in ragione».

17 marzo 2011, 150° dell’Unità d’Italia

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